Altro che
Juventus, triade e Moggi. Altro che furti, scudetti di cartone, e 31 sul campo.
La storia che mi appresto a raccontare, e conosciuta (anche se non da molti)
come il ‘grande furto’, viene definita da Scott Murray, giornalista del Guardian,
come il ‘peggior torto arbitrale di sempre', inserito in una speciale classifica
persino davanti al famosissimo gol-non gol della finale mondiale del 1966 tra Inghilterra
e Germania (anche se a farlo è comunque un inglese).
I protagonisti. Da una parte c’è il Genoa di William
Garbutt, una delle migliori squadre del secolo scorso, la prima nella nostra
storia calcistica a vincere un campionato senza subire sconfitte (stagione
1922-23), record eguagliato poi solo recentemente da Milan e Juve. Dall’altra
il Bologna di Hermann Felsner, squadra di buon valore, che proprio in quella
stagione, 1924-1925, conquistò il primo tricolore. Le due squadre si
affrontarono infatti tra luglio e agosto la bellezza di ben cinque volte (andata
e ritorno più tre successivi spareggi) per la vittoria della Lega Nord, titolo
che avrebbe consentito di giocarsi il campionato contro la vincente della Lega
Sud (in quella stagione l’Alba). In pratica una formalità vista la differenza
all’epoca dei valori in campo tra nord e sud. Oltre alle due squadre, decisivi
nella vicenda furono l’arbitro Giovanni Mauro e il gerarca fascista bolognese
Leandro Arpinati (amico intimo di Mussolini, podestà di Bologna e successivamente
nominato presidente Figc e del Coni).
La storia. Finale Lega Nord. Si affrontano il
Genoa e il Bologna, con i primi, reduci da due campionati vinti e nettamente
favoriti, a caccia della ‘stella’ per il decimo scudetto. Nella gara di andata
a Bologna furono i genoani a vincere per 2-1. Sembra quasi fatta, ma nella
sfida di ritorno il Bologna a sorpresa vince con identico punteggio. All’epoca
non esistevano i rigori e si rese così necessario uno spareggio, che si giocò a
Milano. Fu una gara quasi senza storia, almeno fino a mezz’ora dal termine. Il
Genoa infatti si portò subito avanti di due reti. Nella ripresa il fattaccio:
conclusione del bolognese Muzzioli, il portiere genoano De Pra devia la sfera
sull’esterno della rete. E’ calcio d’angolo, ma improvvisamente dagli spalti
irrompe in campo un gruppo di camicie nere (si dice ben istruite in merito dal
gerarca Arpinati, presente allo stadio) che armate di rivoltella mettono
letteralmente spalle al muro l’arbitro (Giovanni Mauro) per una ventina di minuti,
in pratica fino a quando questi non concede il gol al Bologna. In un clima di
tensione il Bologna poi troverà (non senza complicità del direttore di gara) il
pareggio. Finisce così 2-2 ma il Genoa, rassicurato dall’arbitro Mauro, è certo
di avere la vittoria a tavolino. Fatto che puntualmente non accade. L’arbitro
Mauro si contraddice più volte in sede di referto davanti alla commissione
federale (presente, guarda caso, il gerarca Arpinati, all’epoca vice-presidente
Figc) e di conseguenza tocca di nuovo giocare. Questa volta a Torino. Le due
squadre si affrontano per la quarta volta, e per la quarta volta finisce con un
pareggio (1-1).
I bolognesi sparano, la Figc alza
bandiera bianca. La
tensione è altissima. Le due tifoserie si incontrano in stazione. Vola qualche
parola di troppo e i bolognesi, rigorosamente in camicia nera, sparano. Le
cronache dell’epoca parlano di una trentina di colpi sparati in aria. Un tifoso
del Genoa viene ferito di striscio (da un colpo sparato in aria?). La Figc prova a fare la voce
grossa: Bologna subito multato, poi si prende tempo per decidere se escludere
il Bologna da ogni competizione sportiva. A Bologna scoppia il putiferio
(ovviamente con l’abile regia di Arpinati), con una manifestazione in piazza
Nettuno (si parla di un migliaio di camicie nere) a contestazione della Figc, che viene accusata di “grossolana
insipienza, partigianeria e mendacio” e di “gretto parlamentarismo sportivo”.
Si temono conseguenze per l’ordine pubblico e una coraggiosissima Figc opta
solo per una ‘lieve multa’ al Bologna. Per decidere chi vincerà la Lega Nord si
dovrà rigiocare ancora.
Siamo alle comiche. Siamo a fine luglio. Caldo e afa
sono protagonisti. Anche per questo la Figc si orienta per giocare la gara a
settembre, decisione che viene comunicata a entrambe le squadre. Il Genoa così
manda in vacanza i suoi giocatori, a Bologna invece continuano ad allenarsi.
Perché? Presto detto, Arpinati, ebbene sì ancora lui, ha un asso nella manica. Con
un ‘atto di forza politica’, costringe la Figc a tornare sui suoi passi e a comunicare
in fretta e furia la data dello spareggio: il 5 agosto a Milano. L’orario: alle
7 di mattina (in pratica all’alba). Il Genoa ha pochi giorni per organizzarsi,
il Bologna in campo vince 2-0. Tutto fila liscio, comunicano con una certa
soddisfazione dal ministero. Le pistole questa volta vengono tenute nelle
fondine. A Roma si tira un sospiro di sollievo, a Bologna si esulta. A Genoa
invece…
Dulcis in fundo. Il Bologna si laureerà campione d’Italia
superando in finale l’Alba 4-0 all’andata e 2-0 al ritorno. Per la gioia dei
tifosi, delle camicie nere, di Arpinati (che l’anno successivo sarà eletto alla
guida della Figc) e Mussolini.

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