lunedì 14 luglio 2014

La leggenda di Dorando Pietri (tra doping e sosia)



Dorando Pietri è una leggenda dello sport. Le immagini del piccolo maratoneta azzurro che, il 24 luglio del 1908, a Londra, taglia il nastro del traguardo sorretto dai giudici sono entrate nell’immaginario collettivo di ogni sportivo italiano e non solo. Dal cinema ai giornali, quella di Pietri è una storia che ha da subito lasciato il segno. Immortalata da Arthur Conan Doyle (che ne canta ‘le gesta’ sul Daily Mail). Pietri diviene una celebrità della sua epoca. Una storia, la sua, che praticamente tutti conoscono (o almeno una volta hanno sentito raccontare).

La storia. Dorando Pietri è  romagnolo, di Correggio.  Nato da famiglia di contadini, poi garzone di pasticceria, la leggenda narra che appena 18enne, vestito con i panni di bottega, durante una gara a Carpi, riuscì a tenere il passo del più grande maratoneta italiano dell’epoca Pericle Pagliani fino al traguardo. Nel 1906 partecipa ai Giochi Olimpici Intermedi ma è costretto al ritiro (problemi intestinali) a metà gara quando era saldamente al comando. Nel 1908, alle Olimpiadi di Londra è il favorito. E Pietri straccia tutti riuscendo ad arrivare all’ultimo chilometro con oltre dieci minuti di vantaggio sullo statunitense Hayes. Il maratoneta italiano però entra in crisi. All’ingresso nello stadio annaspa, barcolla, a stento riesce a tenersi in piedi. Sbaglia strada due volte, con i giudici a rimetterlo per il verso giusto e alla fine, dopo una serie di cadute riesce a tagliare il traguardo sorretto da un giudice (un megafonista) e poi sviene. Va in crisi cardiaca e rischia la vita, sotto gli occhi della regina d’Inghilterra Alessandra che sviene. Dopo tre ore viene dichiarato fuori pericolo, ma gli viene tolta la medaglia d’oro su ricorso della squadra Usa a causa degli aiuti ricevuti negli ultimi metri. La sua storia però, immortalata da Conan Doyle, fa il giro del mondo e commuove la regina Alessandra che vorrà premiarlo in seguito con una Coppa. La sua fama accresce giorno dopo giorno e Pietri viene invitato in tutto il mondo per competizioni varie. La più famosa lo vede protagonista al Madison Square Garden di New York nel novembre del 1908: una rivincita con l’americano Hayes (che Pietri vincerà) richiama ben 20mila persone. Si ritira dalle corse giovane, a soli 26 anni, con un bel gruzzolo accumulato come atleta giramondo. Le cose però non vanno benissimo e si ritrova a gestire un’autorimessa a Sanremo. Muore nel 1942.

 Accuse di doping. All’epoca non era proprio chiaro cosa fosse lecito e cosa non lo fosse. Spesso gli atleti ingerivano di tutto durante queste competizioni (figurarsi in una maratona). Resta il fatto che ci sono più testimoni che raccontano di averlo visto ingerire atropina e stricnina (addirittura un ciclista racconta che proprio nella maratona di Londra lo vide ingerire atropina nei pressi di Wormwood Scrubs).

Spunta il sosia. Nel 1948 Londra è di nuovo sede delle Olimpiadi. E Dorando Pietri viene invitato per l’inaugurazione. Lui si fa foto con tutti, partecipa ad una serie di banchetti in suo onore, assiste in tribuna d’onore all’evento raccontando anche la sua versione. E viene addirittura invitato come starter per la gara della maratona. In Italia però subito intuiscono che qualcosa non va e il Coni invia una foto della lapide di Pietri (morto nel 1942). L’impostore viene smascherato: si tratta di Pietro Valleschi, barista di Birmingham (ma originario di Pistoia, che finirà in galera.



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