Dorando
Pietri è una leggenda dello sport. Le immagini del piccolo maratoneta azzurro
che, il 24 luglio del 1908, a Londra, taglia il nastro del traguardo sorretto
dai giudici sono entrate nell’immaginario collettivo di ogni sportivo italiano
e non solo. Dal cinema ai giornali, quella di Pietri è una storia che ha da
subito lasciato il segno. Immortalata da Arthur Conan
Doyle (che ne canta ‘le gesta’ sul Daily Mail). Pietri diviene una celebrità della
sua epoca. Una storia, la sua, che praticamente tutti conoscono (o almeno una
volta hanno sentito raccontare).
La storia. Dorando
Pietri è romagnolo, di Correggio. Nato da famiglia di contadini, poi garzone di pasticceria,
la leggenda narra che appena 18enne, vestito con i panni di bottega, durante
una gara a Carpi, riuscì a tenere il passo del più grande maratoneta italiano
dell’epoca Pericle Pagliani fino al traguardo. Nel 1906 partecipa ai Giochi
Olimpici Intermedi ma è costretto al ritiro (problemi intestinali) a metà gara quando
era saldamente al comando. Nel 1908, alle Olimpiadi di Londra è il favorito. E
Pietri straccia tutti riuscendo ad arrivare all’ultimo chilometro con oltre
dieci minuti di vantaggio sullo statunitense Hayes. Il maratoneta italiano però
entra in crisi. All’ingresso nello stadio annaspa, barcolla, a stento riesce a
tenersi in piedi. Sbaglia strada due volte, con i giudici a rimetterlo per il
verso giusto e alla fine, dopo una serie di cadute riesce a tagliare il
traguardo sorretto da un giudice (un megafonista) e poi sviene. Va in crisi
cardiaca e rischia la vita, sotto gli occhi della regina d’Inghilterra
Alessandra che sviene. Dopo tre ore viene dichiarato fuori pericolo, ma gli
viene tolta la medaglia d’oro su ricorso della squadra Usa a causa degli aiuti
ricevuti negli ultimi metri. La sua storia però, immortalata da Conan Doyle, fa
il giro del mondo e commuove la regina Alessandra che vorrà premiarlo in
seguito con una Coppa. La sua fama accresce giorno dopo giorno e Pietri viene
invitato in tutto il mondo per competizioni varie. La più famosa lo vede
protagonista al Madison Square Garden di New York nel novembre del 1908: una rivincita
con l’americano Hayes (che Pietri vincerà) richiama ben 20mila persone. Si
ritira dalle corse giovane, a soli 26 anni, con un bel gruzzolo accumulato come
atleta giramondo. Le cose però non vanno benissimo e si ritrova a gestire un’autorimessa
a Sanremo. Muore nel 1942.
Accuse di doping. All’epoca
non era proprio chiaro cosa fosse lecito e cosa non lo fosse. Spesso gli atleti
ingerivano di tutto durante queste competizioni (figurarsi in una maratona). Resta
il fatto che ci sono più testimoni che raccontano di averlo visto ingerire
atropina e stricnina (addirittura un ciclista racconta che proprio nella
maratona di Londra lo vide ingerire atropina nei pressi di Wormwood Scrubs).
Spunta il sosia. Nel 1948
Londra è di nuovo sede delle Olimpiadi. E Dorando Pietri viene invitato per l’inaugurazione.
Lui si fa foto con tutti, partecipa ad una serie di banchetti in suo onore,
assiste in tribuna d’onore all’evento raccontando anche la sua versione. E viene
addirittura invitato come starter per la gara della maratona. In Italia però
subito intuiscono che qualcosa non va e il Coni invia una foto della lapide di
Pietri (morto nel 1942). L’impostore viene smascherato: si tratta di Pietro
Valleschi, barista di Birmingham (ma originario di Pistoia, che finirà in
galera.

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